🔘 Hormuz

Hormuz, uno stretto conteso
Controllando l’uscita del Golfo Persico verso l’oceano Indiano, lo stretto di Hormuz è stato testimone di numerosi conflitti tra gli imperi che si sono contesi il controllo delle rotte commerciali
Di Francesc Cervera

A seconda di chi lo si chieda, il nome di Hormuz può significare sia “baia” in greco, sia “terra di datteri” in un dialetto locale, sia un soprannome persiano del dio Ahura Mazda, il che costituisce un’ottima dimostrazione dei numerosi popoli che sono passati attraverso questa stretta fascia di mare di trentanove chilometri che separa la penisola arabica dall’attuale Iran.

Unica via d’uscita del Golfo Persico verso l’oceano, lo stretto è stato, nel corso di tutta la storia dell’umanità, di enorme importanza strategica, e ancora di più dalla scoperta dei principali giacimenti petroliferi del mondo sulle sue coste; per questo motivo è stato fin dall’antichità teatro di guerre e conflitti.

Da regno a colonia portoghese
Popolate già in epoca paleolitica, le isole di Hormuz, Larak e Qeshm furono in origine poco più che rifugi per pescatori, poiché la natura aspra del territorio e la scarsità d’acqua rendevano difficile la fondazione di insediamenti permanenti. I grandi imperi sorti nella regione, come quello achemenide, preferirono invece stabilirsi sulla terraferma, dove costruirono fortezze per inseguire i pirati e riscuotere pedaggi dai mercanti che viaggiavano tra Mesopotamia, India ed Egitto.
Dopo essere diventato uno dei rami della via marittima della seta, lo stretto sarebbe diventato un regno a sé stante nel 1301, in seguito all’invasione mongola. Dopo aver conquistato gran parte dell’Asia, i mongoli attaccarono l’impero corasmio durante il regno di Gengis Khan, arrivando fino al Golfo e sottomettendo i piccoli sovrani della zona, uno dei quali decise di solcare il mare invece di sottomettersi e fondare un regno sulle isole dello stretto.

Conosciuto da allora come Regno di Hormuz, questo stato costruì una città fortificata sull’isola omonima e, nonostante l’assenza di acqua e risorse naturali, riuscì a prosperare grazie al controllo delle rotte commerciali, le cui navi pagavano forti tasse per il diritto di attraversare lo stretto e portare i beni di lusso asiatici ai mercati del Medio Oriente. Questo traffico diede vita a una società cosmopolita senza eguali, nelle cui strade si potevano incontrare mercanti indiani, arabi, persiani e persino qualche cinese, come l’ammiraglio Zheng He, che visitò la città nel 1414.

Tuttavia la buona sorte del regno terminò con l’arrivo dei portoghesi nello stretto. Questi avevano doppiato il Capo di Buona Speranza nel 1497 e aperto una nuova rotta tra Europa e Oriente, lungo la quale iniziarono a giungere le loro navi. Molto superiori per armamento rispetto ai regni e imperi locali, i portoghesi non si limitarono all’importazione di seta e spezie, ma fondarono un impero coloniale tramite porti fortificati come Goa, da cui controllavano il commercio nell’oceano Indiano.

Dopo aver conquistato la città di Aden e con essa il controllo del mar Rosso, i portoghesi posarono quindi lo sguardo sullo stretto, dove nel 1507 arrivò una flotta al comando di Alfonso de Albuquerque con la missione di sottomettere il Regno di Hormuz. Nonostante disponessero di sessanta navi da guerra e 15mila soldati, gli hormuziani non poterono nulla contro i sei galeoni portoghesi, la cui artiglieria affondò la flotta nemica e bombardò la città fino alla capitolazione del re.

Il Regno di Hormuz divenne così uno stato vassallo di Manuele I del Portogallo, e i lusitani costruirono il Forte della Concezione sull’isola, da cui chiusero il passaggio a qualsiasi nave che non acquistasse una delle loro “cartaz”, il passaporto che garantiva il libero transito nei domini portoghesi. Scontratisi con ottomani e persiani per oltre un secolo, i portoghesi rimasero imbattuti fino all’arrivo nella regione dei loro rivali inglesi, che segnò il declino del loro breve impero commerciale.

Appena giunta nell’area, la Compagnia inglese delle Indie Orientali offrì i propri servizi allo scià Abbas I di Persia, il quale, incapace di espellere gli stranieri dallo stretto, concesse loro privilegi commerciali in cambio dell’aiuto della loro potente flotta. Così i due imperi si affrontarono nel 1622 in una breve campagna in cui gli inglesi attaccarono per primi la riserva d’acqua portoghese a Qeshm e poi affondarono la loro flotta nel porto di Hormuz.

Bloccato dal mare, il Forte della Concezione resistette solo poche settimane, bombardato giorno e notte dagli inglesi e dall’artiglieria persiana, fino a quando i genieri ne abbatterono le mura con una mina. Si concludevano così 115 anni di dominio portoghese e le isole passarono in mano ai persiani.

Conflitti internazionali
Lo stretto godette quindi di un paio di secoli di pace, senza essere coinvolto nelle guerre che inglesi e francesi combattevano in India, ma la vittoria finale dei britannici nelle guerre napoleoniche portò il ritorno delle navi da guerra europee.

Liberata dalla competizione di francesi e spagnoli, la Compagnia delle Indie Orientali decise di ripulire il mare dai pirati nel 1819 per garantire il libero commercio e, nell’ambito delle operazioni, stabilì una base navale a Qeshm con il pretesto che i persiani fossero incapaci di porre fine alla pirateria.
Questa occupazione unilaterale fu solo il primo passo verso la conquista dello stretto da parte dei britannici, che durante la guerra anglo-persiana del 1852 occuparono anche l’isola di Kharg, vicino alla foce dell’Eufrate, oltre a imporre la cessione permanente della loro base a Qeshm. Vi sarebbero rimasti fino al 1935, quando la pressione politica e il blocco economico dello scià Reza Pahlavi ne imposero la restituzione.

Tornato in mano persiana, lo stretto divenne essenziale per l’economia mondiale in seguito al boom del petrolio in Medio Oriente, i cui numerosi giacimenti producevano il venti per cento del greggio mondiale, generando al tempo stesso enormi profitti per le monarchie del Golfo Persico.

Purtroppo, questa ricchezza portò anche a disaccordi e conflitti che nel 1980 sfociarono in una terribile guerra tra Iraq e la nuova Repubblica Islamica dell’Iran, nella quale lo stretto tornò a essere protagonista. Poiché l’esportazione di petrolio era la principale fonte di reddito degli iracheni, l’ayatollah Khomeini decise di bloccare lo stretto con mine e di far passare solo le petroliere che dimostrassero di non aver attraccato in porti nemici. Ciò provocò un’immediata riduzione dell’offerta mondiale di petrolio, con un’impennata dei prezzi, per cui gli Stati Uniti decisero di intervenire e riaprire lo stretto con la forza nell’aprile 1988. L’obsoleta marina iraniana non poté nulla contro la potenza di fuoco dispiegata dalla marina americana nella cosiddetta Operazione Mantide Religiosa, che culminò nell’affondamento della flotta iraniana e nella bonifica dei campi minati, un duro colpo che portò alla fine delle ostilità dopo quattro mesi.

Tuttavia gli iraniani presero buona nota della dipendenza mondiale dallo stretto e lo bloccarono nuovamente a febbraio 2026, in risposta a un attacco aereo da parte di Stati Uniti e Israele che costò la vita all’ayatollah Khamenei e a centinaia di civili. La guerra è dunque tornata a esplodere a Hormuz, ma questa volta l’equilibrio delle forz9e tra i contendenti rende difficile pensare a una soluzione militare, e con lo stretto sottoposto a un doppio blocco iraniano e statunitense, solo la diplomazia potrà ristabilire il passaggio delle petroliere ed evitare così una crisi mondiale del carburante.

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